Il mercato del gas va lasciato libero.

Scritto da il 4 maggio 2022

Da più parti si sta attribuendo una particolare capacità salvifica, quasi taumaturgica, all’ipotesi di fissare un prezzo massimo all’ approvvigionamento del Gas naturale (NG) con lo scopo di scongiurare la corsa inflattiva che questa materia prima sta assumendo nel mercato, a causa anche dell’instabilità provocata dalla guerra in Ucraina, con le conseguenze che tutti conosciamo in termini di tenuta del sistema economico europeo, già martoriato dalla pandemia da Covid-19.

Al fine di comprendere meglio il fenomeno, bisogna partire dall’assunto che il comportamento dei consumatori e dei produttori è interdipendente nel campo dei sistemi economici aggregati; a livello macroeconomico, infatti, la domanda di un bene e l’offerta dello stesso si influenzano reciprocamente negli “aggiustamenti” che portano agli equilibri dei sistemi; un semplice esempio: la domanda di un bene qualsiasi è influenzata dal reddito (se non ho un reddito non ho denaro per acquistare il bene), che a sua volta è influenzato dall’occupazione (se non ho una occupazione non ho reddito) che è strettamente collegata alla curva di offerta (se nessuno acquista il mio prodotto non ha senso produrlo e metterlo sul mercato). In questo contesto, il punto di incrocio tra domanda e offerta rappresenta il punto di equilibrio; esso indica che, in quello specifico punto, vi è un solo livello di prezzi in corrispondenza del quale vi è una sola quantità di bene prodotto che garantisce la piena soddisfazione di tutti gli operatori economici. In quel punto c’è piena corrispondenza tra quanto i consumatori hanno deciso di acquistare e quanto i produttori hanno deciso di produrre e vendere; una variazione in aumento del prezzo comporterebbe un aumento dell’offerta superiore a quanto domandato, mentre una variazione in diminuzione del prezzo comporterebbe una eccedenza della domanda sull’offerta.

Considerate queste premesse, la fissazione di un tetto massimo al prezzo della materia prima, che a prima vista potrebbe sembrare ragionevole, nasconde una serie di insidie di cui bisogna tener conto per fare in modo che non si abbia un effetto opposto alle intenzioni, ossia che la cura sia peggiore del male. Se nel breve periodo, infatti, la manovra potrebbe avere effetti positivi, nel lungo periodo le cose si complicherebbero e di molto. Questo perché la fissazione di un tetto massimo al prezzo della materia prima provoca, nel lungo periodo appunto, due scenari: qualora il prezzo imposto sia superiore al prezzo di mercato, stabilito dal gioco della domanda e dell’offerta, esso sarebbe inefficace e avrebbe come conseguenza una recrudescenza del fenomeno inflattivo, consequenziale al fatto che i produttori sarebbero spinti verso una azione speculativa, tendendo a posizionarsi in modo stabile al livello di prezzo massimo imposto; qualora, invece, il livello di prezzo stabilito, per legge, sia inferiore a quello del mercato, il produttore non avrebbe alcun interesse a produrre e vendere il gas, in quanto poco remunerativo, non farebbe manutenzione degli impianti, non farebbe nuove prospezioni, etc. La conseguenza diretta di tutto ciò sarebbe la diminuzione delle quantità offerte sul mercato, una scarsità del prodotto che comporterebbe vari fenomeni, tutti negativi; alcuni di essi, i più immediati ed evidenti sono: discriminazioni nelle forniture e diversificazione dell’offerta, pagamenti non trasparenti, fenomeni di corruzione internazionale per accaparrarsi la materia prima. Va da sé che lo scenario appena descritto sarebbe catastrofico.

Quello che, invece, potrebbe fare il decisore pubblico nell’immediato è: disancorare il prezzo dell’energia elettrica dal prezzo del gas; accelerare, con investimenti consistenti, le politiche volte al conseguimento dell’autonomia energetica; implementare una centrale di acquisto unica a livello europeo per l’approvvigionamento delle fonti di energia. Disancorare il prezzo dell’energia da quello del gas ed ancorarlo ad un mix di fonti di energia (soprattutto rinnovabili) comporterebbe un riequilibrio del mercato con un raffreddamento del prezzo dell’energia stessa superando il problema reale, che potrebbe depotenziare tutta la manovra, della “vischiosità dei prezzi”, ossia il fenomeno per cui una variazione dei prezzi non comporta direttamente ed immediatamente la variazione delle quantità domandate di quella materia prima, in quanto ci sarà sempre un certo numero di utilizzatori della materia in questione che non potranno farne a meno a causa della complessità degli impianti e della difficile conversione degli stessi ad altre fonti di energia alternativa nell’immediato.

L’accelerazione delle politiche di transizione energetica avrebbe il doppio vantaggio di rendere indipendente l’Europa da fonti di energia esterne e di migliorare gli impatti ambientali globali rispettando, nel lungo periodo, anche gli obiettivi ambientali stabiliti nell’Agenda 2030. Infine, l’implementazione di una centrale di acquisto unica, a livello europeo, consentirebbe all’Europa stessa di avere un ruolo da protagonista nel gioco della domanda e dell’offerta e metterebbe al riparo i Paesi dell’Unione dalle fiammate inflazionistiche che, spesso artatamente, vengono messe in campo dai players fornitori delle materie prime energetiche.

Michelangelo Raccio, economista e docente presso l’ Università degli studi Vanvitelli

Bruno Gaipa

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