Altamura lancia l’allarme Napoli: «Il fortino di Allegri non è nelle corde di questa squadra. Il mercato è il peccato originale»

Scritto da il 11 settembre 2026

Nel corso del suo intervento ai microfoni di Radio Punto Nuovo, il giornalista Marcello Altamura ha analizzato il momento del Napoli dopo le sconfitte contro Como, Inter e Arsenal, soffermandosi sulle difficoltà della squadra, sull’identità tattica di Massimiliano Allegri, sulle carenze della rosa e sulle strategie societarie, prendendo anche spunto dal percorso del Como di Cesc Fabregas.

«La mia sensazione è che il Napoli stia cambiando direzione rispetto a quella che aveva intrapreso negli ultimi anni. Il rischio è quello di accontentarsi delle sconfitte, cercando ogni volta una giustificazione: con il Como può capitare, con l’Inter a San Siro ci può stare, contro l’Arsenal era una delle squadre più forti d’Europa. Il problema è che, se continuiamo a ragionare così, perdiamo di vista la percezione generale.

Ho sentito tanti elogi per la prestazione del Napoli contro l’Arsenal, definendola una squadra uscita a testa alta. Ma se quella è la migliore espressione possibile di questo Napoli, allora secondo me c’è da preoccuparsi. L’Arsenal ha avuto tantissime occasioni, ha prodotto un dato di expected goals superiore a quattro e avrebbe potuto tranquillamente segnare tre o quattro gol. Il Napoli ha tirato praticamente una volta in porta, con De Bruyne dalla distanza.

Lo stesso Allegri ha detto che, se il Napoli avesse difeso contro Como e Inter come ha fatto contro l’Arsenal, probabilmente sarebbe andata meglio. Ma anche contro l’Arsenal hai concesso tantissimo. Quindi bisogna chiedersi quale sia realmente il livello di questa squadra e soprattutto quale calcio possa permettersi di giocare.

La sensazione che ho avuto già a San Siro e poi contro l’Arsenal è che la squadra non sia completamente convinta di quello che l’allenatore le chiede. Il classico calcio di Allegri, quello del fortino e della ripartenza, secondo me non è necessariamente nelle corde di questo Napoli.

È vero che oggi ci troviamo davanti a una squadra che, per età e per alcune situazioni, può essere definita logora e che forse non ha grandissimi stimoli mentali. Non puoi quindi pretendere sempre di andare ad aggredire gli avversari nella loro metà campo. Però credo che un compromesso vada trovato.

Il calcio di Allegri ha sempre avuto due presupposti fondamentali: una difesa molto solida e la capacità di ripartire con qualità. Oggi, però, il Napoli non ha quella difesa che aveva a disposizione in altre esperienze, con giocatori come Bonucci, Chiellini o De Ligt. E soprattutto non ha, a centrocampo, la qualità necessaria per trasformare rapidamente il recupero del pallone in una ripartenza pericolosa.

Lobotka è sicuramente un giocatore importante e di grande qualità, ma non possiamo aspettarci da lui continuamente il passaggio verticale illuminante. De Bruyne è l’unico che possiede quel tipo di qualità, ma dobbiamo anche essere realistici: non ha più il fisico e la gamba di qualche anno fa, quando era in grado di fare quegli strappi che abbiamo visto ai tempi del Manchester City.

Per questo credo che Allegri debba trovare una forma di compromesso. Il fortino e la ripartenza, così come li abbiamo conosciuti nel suo calcio, secondo me questo Napoli non può permetterseli. Non affronterai sempre Arsenal, Inter e Como, ma basta ricordare anche la partita di Genova, dove nel primo tempo il Napoli ha sofferto tantissimo ed è rimasto bloccato.

In alcune circostanze è andata bene anche perché gli avversari non hanno avuto grande efficacia offensiva. Ma quanto può durare? Se sottoponi continuamente questa difesa all’assedio, prima o poi il gol lo prendi. E se contemporaneamente hai delle difficoltà offensive, diventa una situazione tatticamente molto rischiosa.

Il campionato è appena iniziato, ma ci vuole poco per ritrovarsi in una situazione complicata. Contro il Bologna il Napoli deve vincere, su questo non ci sono discussioni. Ma oltre al risultato, bisogna cominciare a capire quale sia la direzione che questa squadra vuole prendere.

Non voglio fare il solito confronto tra il calcio di Fabregas e quello di Allegri, né dire che uno sia il guru del calcio e l’altro no. Però credo che il primo turno di Champions League e questo avvio di stagione ci abbiano dato qualche risposta interessante.

Il Como ha fatto una partita straordinaria contro il Lipsia, vincendo 4-1 all’esordio in Champions. Non era l’Arsenal, chiaramente, ma il Lipsia resta una squadra rispettabilissima a livello europeo. E il modo in cui il Como ha affrontato quella partita è stato significativo.

Io credo che osservando il calcio moderno, anche nelle competizioni internazionali, si veda una tendenza sempre più evidente verso il ritorno dei giocatori di qualità e di fantasia. Puoi avere il calcio posizionale di Guardiola, quello di Luis Enrique o quello di Arteta, ma alla fine hai bisogno di interpreti di grandissimo livello.

Il Paris Saint-Germain di Luis Enrique è un esempio perfetto: il calcio posizionale viene esaltato dalla qualità degli interpreti. Lo stesso vale per l’Arsenal. Ma se non hai a disposizione quelle risorse economiche e quei giocatori, devi cercare una strada diversa.

Il calcio moderno sta tornando a valorizzare i giocatori capaci di creare superiorità, di saltare l’uomo, di inventare una giocata e di accendere una partita. Il calcio di posizione e di strategia resta importante, ma la qualità individuale sta tornando a essere decisiva.

Anche per una questione di spettacolo. Il calcio deve tornare a divertire, perché rispetto ad altri sport rischia di avere partite meno coinvolgenti. E per accendere una partita servono i giocatori che sappiano creare qualcosa, che possano inventare il gol, la giocata, l’episodio.

Da questo punto di vista, il percorso del Como può essere interessante anche per il calcio italiano. È una squadra giovane, con giocatori di qualità, e credo che questa possa essere una delle strade da seguire in un calcio che non dispone delle risorse economiche di altri campionati.

Bisogna investire maggiormente nello scouting e nei settori giovanili, cercando giocatori di qualità prima che diventino economicamente irraggiungibili. E qui il discorso riguarda anche il Napoli, perché secondo me il mancato investimento sul settore giovanile rappresenta un’occasione persa durante la gestione De Laurentiis.

Il Napoli avrebbe dovuto costruire maggiormente anche attraverso il proprio vivaio. Invece, negli anni, sono arrivati giocatori importanti dal mercato, ma oggi il club avrebbe bisogno di creare valore anche internamente e di avere una struttura capace di produrre calciatori.

La sensazione che ho avuto in queste partite è stata anche quella di una squadra che, in alcuni momenti, sembrava non sapere cosa fare. E questo è l’aspetto più preoccupante. Al di là della partita contro il Bologna, che il Napoli deve vincere, bisogna capire perché alcuni automatismi che i giocatori avevano acquisito sembrano essersi persi.

Il mio problema con Allegri non è tanto l’atteggiamento tattico in sé. Il calcio di Allegri lo conosciamo e sappiamo come interpreta le partite. Quello che gli imputo è soprattutto un altro aspetto: aver accettato un progetto triennale in un contesto nel quale il mercato non ha prodotto, secondo me, un rafforzamento adeguato della squadra.

Il Napoli ha dato per scontato di essere competitivo senza intervenire in maniera sufficiente su alcune lacune. E questo, per me, è una sorta di peccato originale che oggi sta venendo fuori.

Allegri deve rendersi conto della situazione e adattare le proprie idee alle caratteristiche della rosa. Questa squadra, per come l’abbiamo vista giocare in queste partite, sembra non sapere interpretare fino in fondo quel tipo di calcio. E quando succede, perdi anche quegli automatismi che alcuni giocatori hanno acquisito nel corso degli anni.

Allegri è un allenatore gestore, uno che sa lavorare in determinati contesti e che ha grande esperienza. Ma proprio per questo deve trovare la soluzione migliore per il materiale che ha a disposizione.

Mi viene in mente quello che dicevo già ai tempi dell’arrivo di Ancelotti. Non ho mai pensato che Ancelotti fosse un allenatore finito, ma sostenevo che, se prendi un tecnico di quel livello, devi adeguare tutto il contesto alle sue esigenze. Se compro una Ferrari, non posso poi non avere i soldi per la benzina, non avere un garage e lasciarla parcheggiata in mezzo alla strada.

Devi mettere l’allenatore nelle condizioni di lavorare con gli strumenti necessari. Altrimenti lasci spazio all’improvvisazione. E la sensazione, purtroppo, è che una parte di quello che sta succedendo oggi al Napoli derivi proprio da questo».


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