Iannone: «Con Orsato torna centrale l’arbitro. Il VAR deve intervenire solo sull’errore evidente»

Scritto da il 1 ottobre 2026

Nel corso del suo intervento a Radio Punto Nuovo, l’ex arbitro Andrea Iannone ha analizzato il nuovo corso della CAN guidata da Daniele Orsato, soffermandosi sulle differenze rispetto alle scorse stagioni, sul rapporto tra arbitro e VAR e sulla necessità di restituire centralità alla decisione presa sul terreno di gioco.

«Le differenze rispetto a un anno fa? Con questa nuova commissione arbitrale della CAN, il cui capo oggi è Daniele Orsato, si è intrapreso un nuovo percorso, che è quello di ritornare nuovamente alla centralità della decisione dell’arbitro e della squadra arbitrale sul terreno di gioco. Se lo rapportiamo a quello che è stato lo scorso campionato o i campionati precedenti, vediamo che c’è ovviamente un’era che è passata tra quello che è successo fino all’anno scorso e quello che sta accadendo quest’anno.

Credo che le situazioni andassero necessariamente corrette e bene ha fatto questo nuovo corso nel prendere sempre più una netta distinzione da quello che è lo strumento VAR. Il VAR è uno strumento straordinario e serve al gioco del calcio, ma deve essere utilizzato solo quando vi è un chiaro ed evidente errore. Tutto quello che era stato fatto in precedenza, invece, non teneva sempre conto di questa frase: chiaro ed evidente errore. E tutto quello che ne scaturiva portava, come dicevate, alle polemiche.

Quest’anno sono state organizzate in diverse circostanze delle riunioni collegiali anche con gli addetti ai lavori, quindi arbitri, squadre, allenatori, dirigenti e mass media, proprio per far comprendere che c’è un netto distinguo tra la scorsa stagione e quella attuale. Era necessario procedere anche in questa direzione alla luce delle applicazioni dello stesso protocollo in seno alla UEFA, quindi nelle competizioni come Champions League, Europa League e Conference League, e alla FIFA, dove vediamo un uso misurato e appropriato dello strumento VAR.

La risposta a tutto questo è che gli stessi addetti ai lavori, quindi allenatori, giocatori e quant’altro, applaudono oggi questo tipo di percorso. Le polemiche ci saranno sempre, ma cambia l’ordine dei fattori: diventano maggiormente polemiche legate a fatti e situazioni soggettive, piuttosto che a decisioni oggettive che possono essere corrette dalla tecnologia. Questa è una differenza importante.

Il principio resta quello già illustrato nelle ultime settimane anche agli allenatori: restituire centralità alla decisione presa sul terreno di gioco e utilizzare la tecnologia come supporto, evitando che sia il VAR a sostituirsi sistematicamente all’arbitro.

Orsato ha detto che non esiste un protocollo Orsato, ma che gli arbitri devono tornare a decidere al centro del campo e devono avere anche il coraggio di sbagliare, perché per crescere bisogna sbagliare. La missione di Orsato e di tutta la sua commissione sta proprio nel ridurre sempre di più il margine di errore e cercare di rendere sempre più uniforme una tipologia di arbitraggio. Che si arbitri a Milano, a Napoli o in un altro luogo, l’arbitro deve presentarsi sempre con una decisione credibile.

Questa decisione credibile passa anche attraverso una certa uniformità di fronte a determinate situazioni. È questo il grande lavoro che aspetta Orsato e la sua commissione in questa stagione. Bisogna lavorare molto sugli arbitri, soprattutto sui più giovani, che non devono avere remore a fischiare quello che vedono. Orsato utilizza la parola coraggio e credo sia un aspetto fondamentale. È proprio l’arbitraggio che ha fatto crescere anche Daniele Orsato e che ha portato a risultati importanti nella sua carriera: la consapevolezza di poter decidere, anche sbagliando, è fondamentale per la crescita della classe arbitrale.

Il VAR è stato svalutato? Io non parlerei di svalutazione, perché se dovessimo parlare di svalutazione mi viene subito in mente quello che succedeva lo scorso anno, quindi una sorta di sopravvalutazione: rifarsi troppo al VAR, ingerenza del VAR e quant’altro. È chiaro che i latini ci hanno insegnato che in medio stat virtus, cioè la verità sta nel mezzo, l’equilibrio.

Il VAR tutta la vita. È uno strumento tecnologico e oggi, in qualsiasi settore, la tecnologia rappresenta un elemento di grande crescita. Però sappiamo benissimo che la tecnologia interviene quando finisce o si limita quello che è l’essere umano. La tecnologia deve essere a servizio dell’essere umano, non l’essere umano a essere sostituito dalla tecnologia.

Il cambio di paradigma al quale stavamo andando incontro era proprio questo: la tecnologia che prendeva il sopravvento sull’essere umano. Invece no. La tecnologia deve essere e deve rimanere governata dall’essere umano. Laddove l’essere umano, proprio perché è tale e quindi non è infallibile, presenta una decisione che è chiaramente ed evidentemente sbagliata agli occhi di tutti, ecco che attraverso il VAR si ristabilisce la verità sul terreno di gioco.

Questo fa bene alla decisione e fa bene anche alla prestazione dell’arbitro stesso, perché l’arbitro, nella sua interezza e nella sua umanità, ha dimostrato, come ogni essere umano, di essere fallibile.

La questione della territorialità? Per questioni di opportunità e per alcuni fattori culturali che contraddistinguono il nostro Paese, si è cercato spesso di evitare situazioni che potessero influenzare determinate valutazioni. Ma io vi ricordo che Paolo Casarin, non più tardi di trent’anni fa, dirigeva il derby di Milano. Molte volte le cose vengono fatte anche in base a situazioni territoriali che appartengono alla nostra cultura.

Daniele Orsato sta cercando, proprio in questa ricomposizione totale, di favorire un cambiamento culturale. E mi fa piacere, perché la sua intraprendenza è apprezzabile. Vuole dare la possibilità anche, per esempio, a un associato che vive in provincia di Napoli, come Marco Guida, di arbitrare il Napoli. Guida è già stato designato come quarto ufficiale per Napoli-Como e, in caso di infortunio dell’arbitro centrale, avrebbe diretto la partita. Orsato, sotto questo aspetto, ha già fatto questo passo.

Ora lo ha reso anche pubblico, dicendo di aspettarsi quanto prima di vedere Marco Guida arbitrare il Napoli. È una questione di opportunità, perché non appartiene alla sezione della stessa città dove magari vive anche l’arbitro. Ma io credo che questa cosa appartenga ancora a un retaggio culturale nostro, che può essere tranquillamente superato se nella nostra cultura e nella nostra valutazione mentale lasciamo perdere il discorso della territorialità.

Trovo paradossale che si possa pensare che una persona non possa giudicare qualcuno soltanto perché vive nello stesso territorio. Noi dobbiamo andare oltre e toglierci dalla mente questa cultura legata sempre a qualcosa che potrebbe essere nascosto o frainteso, perché magari una decisione può destare un sospetto. Non è soltanto un discorso legato alla nostra geolocalizzazione, ma è proprio un discorso culturale italiano.

Per questo fa bene Daniele Orsato a far cadere questi muri e queste barriere. Io posso vivere in una città e posso anche arbitrare. E vi dirò di più: posso anche, prima di andare ad arbitrare, non necessariamente rifarmi direttamente a un luogo dove vado in ritiro. Magari tre ore prima di una partita infrasettimanale posso andare a prendere mio figlio a scuola e poi andare ad arbitrare.

In Italia stressiamo molto questi concetti dei ritiri e di tutte queste situazioni. Fa parte di un senso culturale che, il più delle volte, serve soltanto a dare delle giustificazioni a quello che magari i media e il pubblico vogliono vedere o sentire. La verità è un’altra: un arbitro arbitra per se stesso, lo fa per fornire la migliore prestazione. Che viva a Napoli o a Milano, il suo obiettivo è fare bene.

E fare bene significa prendere decisioni giuste. Queste decisioni possono essere a favore o contro una determinata squadra, ma personalmente all’arbitro non interessa. Anche per lui conta la prestazione, esattamente come per un giocatore che scende in campo e cerca di fornire la migliore prestazione possibile».


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